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  Conservatorianos No. 10 (noviembre-diciembre) 2006
 

Conservatorianos conmemora el XC aniversario de su nacimiento

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(1917-1994)


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Junio de 2007

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* * * NUEVO * * *

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Fondo sonoro:

 

Sobre las olas

del músico conservatoriano mexicano

Juventino Rosas

(Fragmento)

 

Elaboración orquestal de Uberto Zanolli

 

Orquesta de Cámara de la Escuela Nacional Preparatoria -UNAM (1987)

 

         

   
  Escenarios artísticos

Versión en español

Il Teatro della Fenice

La costruzione: storia e storie

(Parte seconda)

Claudio Madricardo

 

Oltre alla sala, la Fenice del 1792 vedeva la decorazione dell'atrio ad affresco e stucchi, con figure campite su fondi chiari, definito "bellissimo" da Antonio Diedo. Una scalinata imponente portava al piano superiore dove erano le sale da ritrovo, compresa quella da ballo, le cui pareti, scandite da lesene corinzie, erano impreziosite da grandi specchiere. Gli architetti che parteciparono al concorso in genere trascurarono il problema della progettazione della facciata e della sua decorazione. Solo il Selva dichiarò che "nel nominato Prospetto ho studiato di evitare la rappresentazione del Tempio, e della Casa, e l'ho simboleggiato per l'uso che deve avere". Ed in effetti la facciata presenta una soluzione di grande coerenza, dal momento che tutti gli elementi decorativi la definiscono inequivocabimente come fronte di teatro com'era nella sua volontà. Difficile dire a chi possano essere attribuite le decorazioni, anche se sembra si possa parlare di "scuola bolognese". Forse l'autore delle due Muse in pietra tenera può essere stato lo scultore Giovanni Ferrari, dal momento che non mancano analogie con la serie degli uomini illustri scolpite dal medesimo per il Prato della Valle a Padova. Di certo opera del giovane tagliapietra Domenico Fadiga, invece, i rilievi. Anche alla facciata di terra, come già alla sala teatrale, non vennero risparmiate critiche malevole, mentre unanimemente apprezzata fu invece l'entrata dal Rio Menuo, con il suo portico a bugnato e le grandi finestre che portavano luce al palcoscenico.

Questo, per sommi capi, il tanto atteso nuovo teatro di Giannantonio Selva che, dal punto di vista delle funzioni, doveva essere uno spazio per la commedia e per l'opera musicale, destinato ad essere cancellato dall'incendio del 13 dicembre 1836. Dal racconto degli ingegneri Tommaso e Giambattista Meduna si apprende che verso le tre di quella notte il guardiano venne svegliato

... dal denso fumo che aveva invaso la stanza, ed affacciatosi alla finestra prospettante la scena, vide appreso il fuoco. Sbigottito dalla paura, più presto cercò di sottrarsi al pericolo, che di fare osservazioni. Il clamore delle di lui grida fu accresciuto dalle altre del custode, il quale svegliatosi, vi accorse dall'abitazione contigua. Alle voci di allarme, dischiuse d'impeto le porte, vi entrarono i pompieri dal prossimo quartiere pronti a soccorrere.... ma intanto il fuoco, fatta baldoria, nelle quinte della scena e nelle tele ... e trovata esca nei riseccati legnami ingargliardiva e si estendeva così rattamente da non lasciar tempo. La tetra luce, onde venivano in quella notte rischiarati gli edifizii della città e le isole sorgenti dalla laguna d'intorno formava un tristissimo quadro. Gli abitatori delle case prossime atterriti fuggivano, correndo per le vie, e si ricoveravano in altre che danno sicuro asilo.

Il fuoco, provocato da una stufa austriaca di recente installazione, durò tre giorni e tre notti, e focolai incandescenti furono scoperti tra le ceneri fino al diciottesimo giorno.

Pur rimanendo di proprietà della Societas che l'aveva costruita, durante la dominazione francese la Fenice assunse chiaramente la funzione di teatro di Stato. Per accogliere come si conveniva Napoleone, si pensò di addobbare la sala in celeste e argento secondo il nuovo stile Impero che si stava diffondendo. La visita avvenne il martedì 1 dicembre 1807 ed in onore dell'illustre ospite venne rappresentata la cantata "Il giudizio di Giove" di Lauro Corniani Algarotti. Seguì, il giovedì successivo, una grande festa da ballo. La sala del teatro, sfarzosamente addobbata, nella testimonianza del regio bibliotecario abate Morelli "presentava l'aspetto d'un luogo destinato al ricetto di personaggi della più alta portata".

Al fine di ovviare alla mancanza di un palco reale si costruì una loggia provvisoria per accogliere l'imperatore, e solo l'anno dopo si pensò di dare incarico al Selva, che già aveva sovrinteso ai preparativi fatti per la visita del 1807, di progettare una struttura fissa appositamente studiata per ospitare il sovrano. Nel contempo si stabilì di procedere ad una nuova decorazione della sala. Questa trasformazione "napoleonica" sulla struttura della Fenice era stata preceduta l'anno prima da un intervento attuato alla Scala di Milano, capitale del Regno Italico. E da Milano, infatti, giunsero, assieme ai quattrini necessari ai lavori (150.000 lire italiane), anche le linee direttrici per "la costruzione del palco del Governo nel Teatro della Fenice, occupandovi sei palchetti" e per le nuove decorazioni. Al concorso, bandito il 4 giugno 1808 dall'Accademia di Belle Arti, quattro furono i progetti che vennero esaminati dalla commissione, tra i cui membri figurava anche il Selva.

Questa scelse, già il 28 giugno successivo, i disegni dell'ornatista Giuseppe Borsato presentati con il motto "nec audacia defuit, sed vires", il quale, una volta che il progetto venne approvato dal vice re Eugenio Beauharnais, potè avere il contratto siglato già il 25 settembre. Il progetto di Borsato, di netto stile Impero, prevedeva una struttura a regolari comparti geometrici attorno ad un Trionfo di Apollo sul cocchio attorniato dal coro delle Muse. Un soggetto, quindi, chiaramente conveniente ad un teatro e, nel contempo, una facilmente riconoscibile allusione al nuovo potente che, nella migliore tradizione barocca, veniva assimilato al dio solare. Attorniavano la scena centrale dieci medaglioni con teste laureate e, sul bordo, quattro finti rilievi allusivi alla musica, il tutto incorniciato da un fregio con maschere e festoni retti da fenici e da genietti. Collaborarono alla decorazione, che

fu portata a termine in tempo da permettere la regolare riapertura il 26 dicembre 1808, altri pittori come "figuristi". Dei tre chiamati dal Borsato a collaborare, sembra che Giambattista Canal abbia lavorato all'affresco maggiore con il cocchio di Apollo; Costantino Cedini abbia dipinto il nuovo sipario, mentre Pietro Moro si sarebbe occupato dell'esecuzione dei finti rilievi. Di netto contenuto ideologico furono, invece, le decorazioni della loggia imperiale fatte per mano di Giovanni Carlo Bevilacqua che scrisse di aver dipinto a guisa di bassorilievi sulle tre pareti ed "a tempera Ercole che uccide l'Idra, ed Ercole che coglie i frutti nell'Orto delle Esperidi", raffigurando "sopra la porta un Genio militare in una Biga tirata da quattro cavalli, coronato dalla Fama, e guidato dal Dio Marte".

Quella loggia che già il Selva il 6 luglio 1808 ebbe modo di precisare che sarebbe stata "nell'interno armonicamente ripartita con pilastri, quadrature, intagli e quattro specchiere, il tutto messo ad oro e vernice....Il Baldacchino e lo Strato ... di veluto foderato di raso con ricchi galloni, frangie, e fiocchi d'oro". E di certo la nuova loggia imperiale dovette attirare l'attenzione di tutti i presenti alla serata inaugurale il 26 dicembre, essendo essa divenuta il fulcro della sala teatrale, tanto più che la decorazione, secondo una scelta di coerente gusto neoclassico che consentiva anche un apprezzabile contenimento di spesa, offriva raffinate variazioni in monocromo. Comunque si conquistò il sincero favore del Segretario della I.R. Accademia Antonio Diedo che la definì "opera pregevolissima, che accoppia in modo distinto la comodità all'eleganza", nonchè gli apprezzamenti di Clemente di Metternich che, omaggiato nuovo signore, potè assistere la sera del 16 dicembre 1822 ad uno spettacolo che lui stesso definì "sans pareil" in una loggia che gli apparì "merveilleusement belle". Tuttavia, ad appena tre anni dalla visita del Metternich si rese necessario un restauro radicale dato che "le autorità governative - avevano espresso - ripetutamente il loro malcontento per lo stato indecoroso nel quale era ridotta la decorazione della sala teatrale sia a causa del tempo sia per le emanazioni di fumo delle lumiere ad olio". Ad essere incaricato dei nuovi lavori fu ancora una volta Giuseppe Borsato, scenografo ufficiale del teatro, che vide approvato il suo progetto dalla commissione dell'Accademia di Belle Arti l'8 luglio 1828. Elemento cardine della sala diveniva ora il grande lampadario appeso ad una volta a padiglione sottesa da otto vele che inquadravano altrettante lunette con strumenti musicali e geni alati. Al posto del cocchio di Apollo, Borsato raffigurò, con una sensibilità già romantica, le dodici ore della notte "chiamate a scioglier lietamente i lor balli, invece che riposando aspettare l'astro del giorno", mentre per i parapetti dei palchi scelse decorazioni monocrome raffiguranti foglie di acanto, strumenti musicali, festoni, maschere, genietti. L'inaugurazione della nuova sala avvenne il 27 dicembre 1828, e l'evento fu in tal modo registrato dalla cronaca della "Gazzetta Privilegiata di Venezia" due giorni dopo:

Entriam di presente in mezzo alla elegantissima sala or ravvivata dall'illustre pennello del Borsato. La volta a chiaroscuro figura leggerissima una cupola, che mette nel centro ad un ricco rosone, intorno al quale, con vaga ed allusiva rappresentazione stanno le ore lietamente danzanti; chè meglio, e più lietamente non so dove passino, e peccato pure che volino così ratte, e sia mestieri attenderle da un anno all'altro! Una larga fascia d'ornamenti trattati, egualmente a chiaroscuro in campo d'oro, chiude intorno la cupola e fa capo ad un compartimento d'otto lunette, sostenute da ricche mensole, e lo sfondo delle quali è bello d'emblemi toccanti alle arti del canto con alcune dive alate. Una vittoria in campo d'oro unisce un bellissimo effetto l'una all'altra lunetta, dando maggior risalto e maggior varietà alle tinte generali. Altri emblemi, altri genii messi quale a colore, e quale a finto rilievo, tengono gli spazi lasciati dalla volta generale di sopra all'orchestra, e il di fuori de' palchi proscenii dell'ultim'ordine; come un compartimento di bell'effetto divide il cielo del proscenio col nuovo orologio nel mezzo. La pittura del soffitto si lega a quella dei palchi per via di nobile quadratura con modiglioni, e rosoni dorati, la quale si appoggia alla mezza vetta disegnata a chiaroscuro di griffi, e di cigni. Un cotal vivace giallognolo, che si vorrebbe però meno caldo, e più d'accordo colle tinte del soffitto, colora l'esterno delle pareti dei palchi, e tutto il disegno consiste in variati ornamenti a chiaroscuro allusivi d'ordine in ordine, alla tragedia, alla musica ed alla mimica, interrotti solamente a quando a quando da qualche medaglia in campo d'oro, coi busti di que' sommi, che nella triplice arte si sono levati dalla schiera volgare ..... In mezzo a questo nuovo mondo a lui surto d'intorno, solo ancora rimane a mostrar le venerande vestigia del tempo, l'antico cornicione della scena.

Dopo l'incendio del 1836, il Teatro venne ricostruito in tempi brevi risultando "opera sì magnifica, ed elegante, e in ogni sua parte così perfetta". Nella serata inaugurale, il 26 dicembre, vennero rappresentati l'opera "Rosmunda in Ravenna" di Giuseppe Lillo, ed il ballo "Il ratto delle venete donzelle" di Antonio Cortesi. Mentre l'originario teatro del Selva contemperava anche dal punto di vista delle funzioni uno spazio che doveva ugualmente comprendere la commedia e l'opera musicale, il restauro condotto da Tommaso e Giambattista Meduna dopo l'incendio privilegiò la sua destinazione musicale. Oltre che della ricostruzione dell'interno, i due ingegneri-architetti si occuparono anche delle decorazioni, fornendo indicazioni per il rifacimento anche dell'atrio e delle sale apollinee, che si erano salvate dalla distruzione del fuoco.

Questa volta Giuseppe Borsato non volle partecipare al concorso per la decorazione, probabilmente per favorire il suo congiunto Tranquillo Orsi, professore di prospettiva all'Accademia, che risultò vincitore. Questi ideò per il soffitto della sala una struttura vegetale a intreccio che, dipartendosi dal rosone centrale, costituiva una specie di pergolato, mentre medaglioni e figure di ispirazione ercolanese completavano la decorazione all'intorno. Questo nel progetto, poiché in fase di realizzazione, cui collaborarono Sebastiano Santi e Luigi Zandomeneghi, fece la sua apparizione una fascia perimetrale con una serie di finti rilievi.

A Giuseppe Borsato, invece, il governo affidò la decorazione del palco reale, realizzata con una coppia di cariatidi di legno dorato ed una corona imperiale da cui ricadevano cortine color cremisi. Tra le novità rilevanti introdotte nella struttura, si registrò l'arretramento dei pilastrelli dei palchi con il conseguente aggetto dei parapetti ed un beneficio per la visibilità. Ma non solo, perché, come annotarono i fratelli Meduna,

... l'aggetto dei parapetti è la maggiore appariscenza delle signore, le cui attrattive fanno giocondo il teatro, e colla loro eleganza gli danno bell'ornamento: né si dubitò che tal effetto sarebbe mancato o scemato, quando esse, occupate meno dello spettacolo che del conversare, col discostarsi dalla sponda ne venissero occultate. Imperciocché non è unico loro fine il vedere, né vogliono che tornino vane, o rimangano inosservate le loro cure nell'abbigliarsi.

La nuova decorazione suscitò pareri non sempre concordi. Per la "Gazzetta Privilegiata di Venezia" del 28 dicembre 1837,

... veramente sarebbe cosa difficile il veder nulla di più vago e ridente della nuova sala della Fenice. V'ha non solo quale dilicatezza di tinte ed armonia di splendori che l'animo, entrando, ne rimane come preso e allegrato." E parlando del proscenio "il soffittino è una gemma, in cui la grazia e la bellezza della idea è pari alla felicità dell'esecuzione. Ha in esso alcuni scompartimenti a finto rilievo in cui la illusione dell'occhio si può dire veramente perfetta. Alla quale semplicità della pittura corrisponde e armonizza la semplicità delle cortine di seta d'un cotal chiaro cilestro, che aiuta mirabilmente l'effeto della pittura, e ci accresce quel non so che di fresco e leggiero che vi si ammira.

Ben diverso il parere del cronista del milanese "Pirata" per il quale

il rinnovato teatro è bello, gentile, galante, ma perché sovrabbonda in gentilezza ed in galanteria manca secondo il mio modo di vedere, di quel bello imponente che la vastità, e la natura del luogo richiederebbero. Tutto tutto bianco con ornati d'oro frammezzati da piccoli quadri a figure in tinte leggerissime, e gli ornati essendo pur essi leggerissimi si ha un tutto che risplende per una luce minuta la quale si confonde quasi fra quella d'un ornato e quella di un altro, e se attrae seducentemente l'occhio non lo fissa in nessun luogo, su nessun oggetto, e quando lo alza alla volta vi trova pure lo stesso minuto splendore, e solo colà può fissarsi nella stella a color bronzo in oro da cui pende una bella lumiera abbastanza ben illuminata. Le cortine poi dei palchi seguitando l'adottato sistema di gentilezza, e di galanteria sono d'un colore celeste chiaro assai, che smarrisce allo splendore della lumiera, della ribalta, e dell'orchestra per cui quei palchi appajono ornati di stoffa d'un bianco che sentì le ingiurie del tempo. Il palco imperiale è meschinissimo in tutta l'estensione del termine sì per la ristrettezza dello spazio che occupa, che per gli addobbi ond'è vestito.

In occasione della ricostruzione dopo l'incendio, si rifecero anche gli stucchi dell'atrio del Selva per mano di Giambattista Lucchesi e Giambattista Negri, concordemente elogiati per lo "stupendissimo" risultato ottenuto sostituendo le scene affrescate del '700 con specchi e marmorini che mettevano in risalto l'architettura. Una "... maestosa scala in pietra con laterali balaustre, pur di pietra..." portava alla "...grande ricca sala ad uso di accademie musicali e di festini.... E' la sala decorata nelle pareti con pilastri corintii a stucco, fra i quali sono infisse otto specchiere di nove lastre con foglia per ciascuna, e con riquadratura di legno all'intorno indorata." Qualche intervento toccò pure alla facciata sul Rio Menuo dove gruppi di putti a monocromo vennero affrescati nelle sette lunette del portico da Sebastiano Santi; mentre nel vestibolo dell'entrata via terra furono collocate due steli. Una a sinistra, opera di Luigi Zandomeneghi, raffigurante Carlo Goldoni; l'altra a destra, scolpita da Antonio Giaccarelli su disegno di Giambattista Meduna in omaggio al Selva, mentre sulla facciata faceva la sua comparsa la nuova insegna del Teatro in oro e celeste. Il successivo intervento sulla sala della Fenice avvenne nel 1854, e fu dovuto alla necessità di restaurare il soffitto, il che costituì l'occasione per procedere ad una nuova decorazione secondo l'estetica allora in voga. Al gusto allora imperante, tutto aperto ai più diversi stili del passato ed all'esotico, la decorazione del teatro, improntata a canoni tardo-neoclassici, doveva sembrare ormai superata. Comunque, gli unici interventi che si registrarono dopo la ricostruzione del 1837 riguardarono solo il palco imperiale che la sollevazione popolare del '48 volle fosse abolito in quanto simbolo dell'oppressione austriaca. Tuttavia, i sei palchi che allora vennero costruiti al posto della loggia imperiale, che riportarono la Fenice alle sue origini settecentesche, ebbero vita effimera. Il 22 agosto 1849, infatti, "ritornato l'Imperial Regio Governo Austriaco venne da questo ordinato di ricostruire la loggia nella stessa precedente sua forma, e ne fu tosto attuato il lavoro.." dai Meduna.

Per la decorazione del palco imperiale venne nuovamente chiamato l'ormai vecchio Giuseppe Borsato che lo rifece "a disegno più ricco e più complicato di quello di prima". Tornando all'intervento del 1854, il bando di concorso per il restauro e la nuova decorazione fu pubblicato il 7 gennaio del '53 ma nessuno dei quindici progetti esaminati venne giudicato all'altezza. Venne quindi accolto il progetto presentato da Giambattista Meduna, anche se, per insistenza del governo che caldeggiava il progetto dei lombardi Luigi Scrosati e Giuseppe Bertini, si dovette indire nel gennaio del 1854 un nuovo concorso. A vincerlo fu Giambattista Meduna, cui la commissione espresse "grandissima lode all'insieme del progetto, encomiandone la novità del concetto, la eleganza degli ornamenti, l'armonia delle linee e dei colori, il ben conservato carattere dello stile trascelto", anche se non tralasciò di suggerire alcune modifiche di cui il progettista tenne debito conto. Infatti la decorazione che venne realizzata presenta numerose variazioni rispetto ai disegni originariamente presentati. Anche il rosone del soffitto venne modificato assumendo contorni frastagliati, contribuendo a dare alla sala, con il complesso delle decorazioni apportate, un aspetto decisamente settecentesco, quale essa non aveva avuto neanche alla sua origine. "Se bramate un'idea della decorazione, - si legge nella relazione della commissione alla Società proprietaria del Teatro - eccovene un cenno: Lo stile ornamentale partecipa del gusto alla Berain, si accosta a quello che comunemente appellasi Rococò, ma volgente alla Renaissance per renderlo di maggiore sveltezza e leggiadria."

Sta di fatto che il Teatro venne riaperto la sera di Santo Stefano del 1854 "al pubblico impaziente e curioso in tutto lo splendore della sua appariscente bellezza" con la rappresentazione del "Marco Visconti" di Domenico Bolognese su musica di Enrico Petrella. A lavorare al restuaro furono chiamati artisti veneziani come il pittore Leonardo Gavagnin, l'ornatista Giuseppe Voltan, lo stuccatore Osvaldo Mazzoran, mentre Pietro ed Antonio Garbato con Alessandro Dal Fabbro si occuparono della mobilia e degli intagli. Favorevole fu il commento di Tommaso Locatelli della "Gazzetta Ufficiale di Venezia" al lavoro del Meduna, mentre di tono diverso fu l'articolo apparso nel giornale "I Fiori", che ebbe a pubblicare che

primo dovere ... dell'artista-decoratore di un teatro è quello di decorarlo in modo che non nuocia all'effetto della scena, e ognun sa che i troppo smaglianti colori della sala, le soverchie dorature ... e la bocca-scena troppo vivace e seducente, sono elementi che militano a scapito dell'effetto delle sceniche decorazioni, scemano l'illusione, e stancano la vista dell'osservatore. Da questo lato il nostro splendido e rinnovato teatro può trovare qualche censura. La profusione delle dorature e delle inargentature, la loro imbrunitura brillante; la sovrabbondanza di fiori dipinti, i tanti medaglioni o patere, a colori che distraggono lasciando pochi riposi; tutto ciò, fatto più ardito da un'illuminazione splendida, può abbagliare, può piacere, abbaglia anzi e piace; ma non è forse ligio alle buone regole dell'arte decorativa, avverso forse alla regola di ben ragionata decorazione teatrale.

Da parte sua, e probabilmente con maggior spirito critico, Pietro Selvatico osservò come lo stile "invece di essere, come pretenderebbe, un rococò alla Luigi XV, è un'accozzaglia di sfarzose ornature barocche sovrapposte alla rigida linea classica ..... Nè con questo intendo dire che manchi di sfarzosa eleganza il Teatro la Fenice; non intendo scemar credito a parecchi ornamenti benissimo immaginati; intendo solo dire che tutte quelle decorazioni non concordano colla vecchia ossatura classica che si volle lasciar intatta." Tutti i commenti, comunque, concordemente sottolinearono il carattere marcatamente "barocco" o "rococò" della sala, che Meduna enfatizzò passando dalla fase progettuale alla realizzazione, in ciò assecondando uno stile tornato prepotentemente di moda, facendo del palco imperiale il vero e proprio culmine del rigoglio dorato. Egli stesso, presentando il proprio progetto il 2 giugno 1854, ebbe modo di scrivere:

Tutto il Teatro per carattere e stile, per esso prescelto, per la molteplicità degli ornamenti stessi e delle molte dorature va a riuscire di non comune ricchezza. Pensava dunque il sottoscritto che la Loggia destinata ed appartenente al Monarca dovesse, come deve, vincere nell'effetto il Teatro, e ad ottenere questo effetto nessuna parte deve rimanere scoperta d'intagli, di dorature, di pregievoli dipinti, e che tutto prevalesse ad un fondo di velluto. Suppose perciò un Padiglione nel quale gli ornamenti possono essere espressione dell'uso.

Risultato per altro riconosciuto dai contemporanei che, per la penna del Locatelli, espressero la propria meraviglia di fronte a tanta magnificenza:

La loggia imperiale è tutto quello, che di più signorile e sfarzoso uno possa ideare: lo sfoggio unito al più elegante nitore; e quando diremo che ne adorna il soffitto un quadro simboleggiante l'apoteosi delle scienze e delle arti, nella sembianza di due vezzose donzelle; che il velluto di cui le pareti si tendono sparisce sotto la copia sterminata degli ori, che sfolgorano per tutto e di tutte le guise, in pilastrini, in istatue, in festoni, in ghirlande e cornici, intorno a porte, a quadretti, a specchiere con ismalti di fiori, che a' lati e di sopra e' si chiude da regale padiglion di velluto: quando tutto questo diremo, non avremo renduto a mezzo l'effetto di quel tutto meraviglioso. Chi le vide, assicura che più sorprendenti non sono le magnificenze degli addobbi di Versaglia.

Richiamandosi ad un Settecento immaginario, il Teatro nuovamente restaurato dal Meduna si riallacciava al mito di un tempo felice ed irrimediabilmente passato, quando ancora Venezia poteva essere annoverata tra le capitali dell'arte e della cultura. Così, allo spettatore che vi entrava, la ricca sala del Teatro poteva dare per un momento l'illusione di rivivere quel passato glorioso e magnifico, facendolo evadere dalla realtà di profonda crisi e declino che la città invece drammaticamente viveva. Ed il Teatro che venne inaugurato nel dicembre 1854 era praticamente lo stesso andato perduto nel corso dell'ultimo recente incendio. Rimane solo da registrare qualche significativo intervento di Lodovico Cadorin fra il 1854 ed il 1859 negli ambienti del piano nobile e negli stucchi dello scalone di accesso alle sale apollinee, le cui tracce ad ogni modo furono disperse dal "restauro" del 1937. Un altro intervento avvenne poco dopo l'aggregazione di Venezia al Regno d'Italia, quando si volle celebrare con spirito risorgimentale, per quanto in ritardo, il sesto centenario della nascita di Dante affrescando le pareti di un ambiente della Fenice con sei episodi della Commedia e dipingendo nel soffitto una composizione allegorica con il busto del poeta incoronato dall'Italia. Lavoro, questo, attribuito a Giacomo Casa e destinato ad essere ricoperto nel 1976 da dipinti di Virgilio Guidi. Quando nel 1937 si costituì l'Ente Autonomo, si decise un rinnovamento generale dell'edificio, accogliendo il progetto dell'ingegner Eugenio Miozzi per la parte architettonica, e di Nino Barbantini per quella decorativa. Si ampliò così l'atrio terreno riproponendo la struttura architettonica del Selva. Furono anche eliminati gli affreschi di alcune sale superiori che vennero ornate con fasce a stucco di stile neoclassico, collocandovi mobili di stile Impero. Nel corso dell'intervento del '37, la sala teatrale fu toccata solo negli accessi alla platea, che vennero sostituiti da una grande porta sotto la loggia reale allora adornata con un grande stemma sabaudo. Proclamata la repubblica, lo stemma monarchico sparì per lasciare il posto al leone marciano.


CLAUDIO MADRICARDO

Originario de Venecia, Italia. Graduado en Letras por la Universidad de Cà Foscari. Articulista de periódicos y revistas italianas e investigador de la historia véneta. Colaborador de la "Fundación de Altos Estudios Musicales Ugo y Olga Levi" de Venecia como relator en convenios de estudio y ensayista sobre los músicos y el funcionamiento de la Capilla Ducal de San Marcos -desde su fundación hasta la caída de la República Véneta-. Colaborador de la Oficina de Prensa del Teatro "La Fenice" de Venecia y presidente de los Encuentros Internacionales de Música Contemporánea, Festival Música 1900 de Trento; con Maurizio Dini Ciacci ha realizado los preparativos de Construyamos una ciudad de Paul Hindemith, y de El Pequeño Deshollinador y El Arca de Noé de Benjamin Britten. Para el Teatro "La Fenice" ha fundado Pocket Opera Italia, asociación promotora de la producción de óperas del teatro musical de rara intepretación de los siglos XVIII y XX. Desde su nacimiento, Pocket Opera Italia ha dado también espacio a las propuestas de teatro didáctico musical, contribuyendo a la difusión del lenguaje musical entre las nuevas generaciones, colaborando con recursos propios con la Fundación Teatro La Fenice, Fundación Arena de Verona, Festival Alternativo Lírico de París, Taller Lírico de Tourcoing, Festival Ópera Barga, Amigos de la Música de Palermo, Comité Italiano de la Música (Cidim-Unesco), UNICEF, Teatro Nuevo de Verona, Teatro Social de Trento, Auditorio Santa Clara de Trento, entre otros.

 

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conservatorianos@hotmail.com